x GIANNA BERETTA MOLLA DIVENTA SANTA
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“Non c’è amore più grande di chi dona la vita”

di Sergio Visconti

Da “Nuova Responsabilità” n. 3-2004

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C’è una storia della Chiesa che da sempre, ma Giovanni Paolo II con il suo pontificato illuminato e profetico lo ha definitivamente chiarito ed esplicitato, viene scritta da donne e uomini che nel corso della loro vita sembra poco o nulla abbiano fatto o detto che avesse diretto legame con la santità: quella santità cui tutti noi, per portato culturale, siamo abituati a pensare; quella santità che resta sull’orizzonte dei nostri desideri, ma che riteniamo impossibile da incarnare e vivere, tanto straordinaria ed eroica si mostra ai nostri occhi ed al nostro interpretate e vivere la fede in Gesù Cristo.
E’ una storia esaltante, bella, possibile e, perciò, straordinaria, perché si lega in modo inestricabile allo scorrere del quotidiano vivere, alle fatiche, alle difficoltà , ma anche alle gioie, alle attese e speranze di quanti, donne e uomini, vivono nel secolo, anzi del secolo hanno fatto il loro ordinario terreno di testimonianza e di missionarietà evangelica.
Una pagina da aggiungere al libro, mai ultimato, di questa storia di santità “ordinaria” spetta, senza ombra di dubbio, a Gianna Beretta Molla.
Le spetta perché, innanzitutto la Chiesa, canonizzandola, ne ha riconosciuto la santità e oggi la presenta come esempio mirabile da seguire; poi, perché, la sua vita, nell’articolarsi della ricerca di uno “spazio” vocazionale chiaro, mai confuso, è stata un susseguirsi di scelte che le hanno permesso di essere una donna contemplativa alla maniera di Maria, sempre attenta all’azione dello Spirito che illumina e sostiene nell’esercizio del discernimento; sempre operosa e sensibile verso i bisogni degli altri.
Per Gianna questa sensibilità ha significato, soprattutto, apertura totale e incondizionata alla vita, dedizione generosa e sentita alla famiglia, dedicazione consapevole e libera al marito, impegno professionale serio ed eticamente responsabile, servizio all’uomo attraverso l’apostolato dell’Azione Cattolica.
Gianna nasce a Magenta nella casa dei nonni paterni il 4 ottobre 1922. E’ la dodicesima di tredici figli, ma solo la settima di quanti, tra i fratelli Beretta, superano l’età infantile. I suoi genitori, Alberto e Maria De Micheli, entrambi terziari francescani, propongono ai loro figli, sin dalla più tenera età, gli ideali cristiani e li educano ad uno stile di vita i cui tratti essenziali sono rappresentati dalla sobrietà e dalla serenità di vita. La partecipazione quotidiana al Banchetto Eucaristico è stile di vita che la mamma Maria propone ai ragazzi che hanno già ricevuto la Prima Comunione; la recita del santo rosario, poi, segna la conclusione del giorno, quando la famiglia si ritrova in preghiera dinanzi a un quadro della Madonna.
Il ricordo di un calore familiare intenso quanto particolare, le immagini di una infanzia serena e ricca d’affetti, sono particolarmente intensi e avvolgono la vita di Gianna quando, ormai donna, è impegnata a compiere scelte importanti. Dopo aver conseguito la laurea in medicina, pensa di raggiungere il fratello Alberto, sacerdote missionario in Brasile, ma discernimento personale, preghiera, consigli e suggerimenti ricevuti dal fratello Francesco, dal suo padre spirituale e dal vescovo di Bergamo la inducono a rileggere con maggiore attenzione in se stessa.
Dopo un periodo di crisi, Gianna compie la sua scelta: la sua vocazione autentica è quella che la indirizza a rivolgere una attenzione particolare alla vita di famiglia.
Gianna è felice, ha capito, ha compreso se stessa…. anche se non è facile immaginare una vita familiare per sé, una donna che ha già raggiunto i trenta anni. Ma di Dio ci si può sempre fidare!
L’orizzonte è sempre chiaro quando facciamo spazio al progetto di Dio, quando lasciamo che il nostro tempo incontri quello di Dio, quando permettiamo alla Provvidenza di sorprenderci con il suo operare nella nostra storia personale.
L’orizzonte chiaro di Gianna ha un volto e un nome: Pietro Molla.
Su questo orizzonte l’entusiasmo e la travolgente carica comunicativa di Gianna, già sperimentati da tanta gente in parrocchia e nell’Azione Cattolica, trovano una nuova ed inaspettata occasione di manifestarsi, di esprimersi.
Pietro ne è talmente affascinato che, poco tempo dopo avere conosciuto Gianna, le chiede di sposarlo. Il 24 settembre 1954 Gianna e Pietro si sposano. Sono felici, radiosi, insospettabilmente “adolescenti”. Ma responsabilmente consapevoli, come Tobia e Sara: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome!….Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno….Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine di intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia” (Tb 8, 5b – 7).
Gianna non giunge alla vecchiaia perché il suo cuore di giovane donna sceglie di fermarsi di fronte al mistero della vita, ai piedi del mistero della sofferenza: e accoglie l’uno e l’altro, senza recriminazioni, senza rabbia, ma con amore, con la ferma serenità di chi sa che l’ultima parola non può spettare alla morte, ma alla vita.
Dopo il matrimonio, pochi mesi dopo, Gianna è in attesa del suo primo bambino: il 19 novembre 1956 nasce Pierluigi. Gianna è raggiante perché la sua unione con Pietro ed il loro amore si sono schiusi alla vita, al dono di Dio. Gianna sa che da quel momento, dopo avere accolto la vocazione al matrimonio, è entrata in più intima unione con Dio perché ha messo la sua vita e la sua persona a disposizione del progetto Dio.
Dopo Pierluigi, nel dicembre 1957 nasce Maria Zita, affettuosamente chiamata Mariolina, e poi, il 15 luglio 1959, nasce Laura Enrica Maria.
Gianna è felice: anche il rapporto con il marito non può non risentire di questo suo stato d’animo. La tenerezza, la confidenza e la “complicità” tra i due sposi crescono in intensità e qualità sino a sfociare in pienezza di comunione, di intimità. La loro famiglia è davvero divenuta luogo dove la comunicazione è il terreno, l’humus che permette una “totale e reciproca donazione di sé tra gli sposi, che si sentono chiamati a condurre per sempre una vita “a due” e “in due”.
Nel luglio del 1961 Gianna, che desidera avere ancora un altro bambino, nonostante abbia già avuto due aborti spontanei, può annunciare con gioia di aspettare un altro figlio. Al secondo mese di gravidanza, però, deve essere ricoverata in ospedale. La diagnosi è dura: fibroma all’utero.
Gianna si oppone ad ogni ipotesi di aborto terapeutico e opta per un intervento che rimuova il fibroma, pur consapevole della non risoluzione del problema. Ed in effetti al momento del parto, Gianna deve essere ricoverata in ospedale, a Monza, dove decidono di praticarle il taglio cesareo. Nasce Giovanna Emanuela. Da quel momento in poi, le condizioni di salute di Gianna peggiorano sino a divenire gravi. È il 28 aprile 1962: dopo essere tornata a casa, circondata dall’affetto dei suoi cari, Gianna muore, mentre risuonano nelle orecchie di tutti le parole che con serenità e fiducia nella Provvidenza Gianna aveva pronunciato ai medici: “Questa volta sarà una maternità difficile e dovranno salvare o l’uno o l’altra, e io voglio che salvino il mio bambino”.
Gianna sa bene che schiudendosi, ancora una volta, alla maternità non compie un gesto irresponsabile, ma un gesto che sa andare oltre la morte “perché non c’è amore più grande di chi dona la vita per i propri amici” (cf Gv 15,13).
Giovanni Paolo II, canonizzerà Gianna il 16 maggio 2004, avendo la Chiesa riconosciuto il miracolo che è stato attribuito alla beata Gianna Beretta Molla. A lei l’intera Azione Cattolica Italiana guarda con ammirazione, rispetto, affetto perché sa che in questo tempo di cambiamenti è la eroicità della normalità, della ferialità a dare senso e sapore al vivere di tutti giorni e a colorare dei colori di Dio l’arazzo sul quale la Provvidenza intreccia la sua trama con l’ordito di ogni uomo, di ogni donna.