So che cosa significa essere malati
Paola Bignardi

“Avvenire” 10 febbraio 2004

La malattia è una condizione oscurata nella società di oggi. Insieme alla morte, è una delle dimensioni deboli della vita e forse si tende a percepirla come una mortificazione inaccettabile della nostra umanità. La cronaca se ne ricorda di tanto in tanto, quando alcune situazioni limite diventano notizia e pongono a largo raggio l'inquietante dramma che il dolore costituisce per la coscienza.
Personalmente, so che cosa significhi essere malati. Il giorno in cui sono uscita di casa per entrare in ospedale, ero consapevole che in casa avrei potuto non rientrare più. E poco dopo, con una rapidità quasi brutale, ero diventata solo il mio male, le mie cure.
Si capisce a poco a poco che cosa significa essere malati, e lo si capisce passando attraverso giornate di dolore, di paura, di solitudine. Quasi subito mi sono trovata a un bivio: scegliere di sopravvivere o di vivere; scegliere se volevo essere solo il mio corpo, o se volevo continuare ad essere il mio cuore, i miei interessi, la mia mente, le mie responsabilità. Il Signore mi ha fatto la grazia di decidere per la vita: Lui mi aveva fatto il dono dell'esistenza; ero vissuta fino a quel momento sperimentandone l'intensità e il gusto: non potevo che continuare a vivere, nella malattia, nella sofferenza, nella morte stessa, dimensioni tutte della vita. Non potevo che continuare a pensare alle cose che mi avevano interessato o preoccupato fino ad allora; a portare nel cuore le persone cui volevo bene; a comunicare con loro; a interessarmi della loro vita. Ho scelto di vivere e ho ricominciato ad essere non solo un corpo malato, ma una persona: concentrata nella lotta contro il male, ma non posseduta da essa. Anche per questo ho scelto di restare al mio posto (presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, ndr), di non abbandonare gli impegni che avevo: li ho vissuti nel limite, alla scuola in cui si impara che non si è onnipotenti e che il Signore compie ciò che noi riusciamo appena a cominciare.
Nei mesi della malattia ho fatto esperienza di un'umanità grande e drammatica: pur nella paura, nel dolore, nella solitudine, ho sperimentato la grandezza di vivere dentro, sentendosi liberi. Nei giorni in cui la sofferenza quasi toglie il respiro e la preghiera è solo un silenzio per dire "eccomi", mi sono sentita immersa nel mistero: del dolore e della morte del Signore; ho sentito che la mia sofferenza era misteriosamente dentro la sua di crocifisso e umiliato.
La stanzetta in cui per giorni e giorni sono stata in isolamento era affollata in effetti dalle tante persone che mi volevano bene; non potevo vederle ma mi sono abituata a comunicare con loro nel cuore: mi hanno dato forza, perché sapevo che dovevo lottare anche per loro.
Mi ha accompagnato il pensiero di quanto vasto sia il mondo degli uomini e delle donne, dei popoli, ma anche il mondo del dolore, insieme al senso fraterno di solidarietà con quanti lottavano con me; mi ha dato pena il non riuscire a condividere il senso di pace che viene dal vivere la malattia abbandonati nelle mani di Dio.
Ho conosciuto medici umani e capaci, che ho sentito complici nella comune lotta contro il male: loro impegnati con le armi della scienza e della professione, io impegnata a tener viva dentro di me la voglia di vivere: un altro modo, non sempre usuale, di vivere il rapporto medici-malati. Li so impegnati in questi giorni a far riflettere la società sul loro lavoro, sulle condizioni del loro servizio al malato, alla ricerca di migliori garanzie. Voglio sperare, perché l'ho sperimentato, che prima di qualsiasi interesse personale, anche giusto, richiamino tutti all'impegno a non lesinare le migliori risorse per il mondo della sofferenza.
Che la Giornata del malato - in programma per domani - serva non tanto ad un momento di labile emozione verso chi soffre, ma a ridare attenzione e voce a una delle esperienze più serie della vita, che appartiene a tutti e che non deve trovarci troppo impreparati.

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